La ricerca di sé

Ci sono film che scelgono di usare la miseria come semplice sfondo decorativo, e altri che invece la guardano in faccia, senza edulcorarla Marie Madeleine, présenté à Cannes 2026, appartient à cette seconde catégorie : le portrait qu’il dresse d’Haïti, de ses institutions et de ses équilibres sociaux est cru, presque obstiné.

Marie Madeleine è una giovane donna che vive di prostituzione, una figura magnetica incarnata dalla stessa regista, Gessica Généus. Di fronte al bordello dove abita, è in costruzione una chiesa evangelica. È così che la ragazza incontra il figlio del pastore, e tra loro nasce una relazione improbabile, interamente platonica, che non passa dal corpo ma dallo scarto: tra ciò che la comunità si aspetta da loro e ciò che loro desiderano essere.

Lungi dal presentare la prostituzione come una deviazione morale, il film mostra le motivazioni, i bisogni materiali, ma anche le aspirazioni di libertà che la alimentano. E risulta convincente grazie a una colonna sonora trascinante e a una fotografia satura e colorata.

Sullo sfondo, la realtà di Haiti. Un sistema sanitario indebolito, la penuria di beni essenziali, il governo che organizza la distribuzione di un pasto al giorno per abitante...Ma la situazione politica rimane volutamente in secondo piano, con il ritratto di un’isola impoverita da un debito storico imposto dalla Francia in cambio dell’indipendenza.

Il racconto si conclude con l’impossibilità di essere davvero se stessi senza pagarne il prezzo, perché la libertà di Marie Madeleine e del figlio del pastore ha conseguenze concrete.

La regia a volte indugia un po’ troppo, si dilunga su passaggi che avrebbero potuto essere più concisi. Ma è forse proprio in queste esitazioni che il film rivela la sua natura: non è un manifesto, è il tentativo di collocare un personaggio marginale esattamente nel punto in cui la sua vita privata incrocia la violenza della società e delle istituzioni.


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