{"id":178,"date":"2026-05-17T15:27:22","date_gmt":"2026-05-17T15:27:22","guid":{"rendered":"https:\/\/antonellaattanasio.com\/?p=178"},"modified":"2026-05-17T16:59:29","modified_gmt":"2026-05-17T16:59:29","slug":"histoires-parallelles","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/antonellaattanasio.com\/it\/histoires-parallelles\/","title":{"rendered":"HISTOIRES PARALLELLES"},"content":{"rendered":"<h3 class=\"wp-block-heading\"><br><strong>Quando il contenitore \u00e8 pi\u00f9 importante del contenuto.<\/strong><\/h3>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full is-resized\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"275\" height=\"183\" src=\"https:\/\/antonellaattanasio.com\/wp-content\/uploads\/2026\/05\/histoires-paralleles-grande-taille-1.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-179\" style=\"width:601px;height:auto\" srcset=\"https:\/\/antonellaattanasio.com\/wp-content\/uploads\/2026\/05\/histoires-paralleles-grande-taille-1.jpg 275w, https:\/\/antonellaattanasio.com\/wp-content\/uploads\/2026\/05\/histoires-paralleles-grande-taille-1-18x12.jpg 18w\" sizes=\"auto, (max-width: 275px) 100vw, 275px\" \/><\/figure>\n\n\n\n<p>C\u2019\u00e8 qualcosa di spiazzante quando si esce da un film come\u00a0<em>Histoires parall\u00e8les<\/em>\u00a0di Asghar Farhadi. Si tratta di un lungometraggio presentato in concorso al 79\u00ba Festival di Cannes, con un trailer accattivante, un cast di primo piano e un\u2019aura di evento che rende quasi impossibile evitarlo nella programmazione del festival. Eppure, dopo due ore di proiezione, si ha la netta impressione di non aver raggiunto il cuore del film.<\/p>\n\n\n\n<p>Annunciato come il libero remake di&nbsp;<em>Dekalog VI<\/em>&nbsp;di Krzysztof Kie\u015blowski, il film abbonda di riferimenti illustri, da Hitchcock a Orson Welles, fino allo stesso Kie\u015blowski. Ne risulta un oggetto sofisticato, pienamente consapevole della propria cinefilia, che gioca a specchio con una tradizione gi\u00e0 di per s\u00e9 pesante da sostenere.<\/p>\n\n\n\n<p>Per raccontarne la trama senza cadere nello spoiler, diciamo semplicemente che Sylvie (Isabelle Huppert) \u00e8 una scrittrice in crisi, alle prese con il suo nuovo romanzo, che passa buona parte del tempo a spiare con un cannocchiale i vicini del palazzo di fronte, seguendo alla lettera la lezione hitchcockiana del voyeurismo. I vicini, per\u00f2, non sono descritti per ci\u00f2 che sono, ma filtrati dall\u2019immaginazione di Sylvie, che ogni volta li reinventa proiettandovi sua madre, suo padre o se stessa.\n\nA complicare ulteriormente il quadro, nella sua vita entra un ragazzo dal passato poco chiaro, che si prende cura di lei e finisce per lasciarsi contagiare dal suo narcisismo creativo, fino a desiderare, a sua volta, di diventare scrittore. I poveri inquilini dall\u2019altro lato della strada si ritrovano cos\u00ec osservati e riscritti da due sguardi diversi \u2013 almeno fino a un certo punto del film.<\/p>\n\n\n\n<p>Il tema del rapporto tra realt\u00e0 e finzione fa parte di quei passaggi obbligati nella filmografia dei cineasti che aspirano a una consacrazione autoriale definitiva. \u00c8 un tema eterno, certo, ma anche logorato da un secolo di letteratura e di cinema che ne hanno esplorato ogni sfaccettatura, dalle sperimentazioni moderniste ai giochi di specchi postmoderni.\n\nFarhadi, dal canto suo, costruisce una complessa macchina di \"mise en abime\" tra osservato e osservatore, fino a coinvolgere implicitamente, come era prevedibile, il rapporto tra regista e spettatore.<\/p>\n\n\n\n<p>Il meccanismo \u00e8 indubbiamente ben oliato: la sceneggiatura incastra con abilit\u00e0 i diversi livelli narrativi e i punti di vista, mentre la scenografia controlla con eleganza gli scambi di ruolo tra chi guarda e chi \u00e8 guardato. Nel complesso, il film riesce a mantenere il gioco in equilibrio.<\/p>\n\n\n\n<p>Il problema, per\u00f2, \u00e8 che \u2013 come spesso accade quando il dispositivo \u00e8 cos\u00ec vistoso \u2013 allo spettatore non resta che il ricordo del trucco, di questo gioco tra falso e vero, come se fosse quello il vero centro del film, mentre il tema pi\u00f9 interessante finisce per sbiadire.<\/p>\n\n\n\n<p>Perch\u00e9, in fondo, la domanda che attraversa&nbsp;<em>Histoires parall\u00e8les<\/em>&nbsp;sembra piuttosto essere: \u00abL\u2019immaginazione \u00e8 sufficiente, da sola, a fare di qualcuno uno scrittore?\u00bb. Che cosa distingue davvero chi \u201cguarda\u201d e inventa nella propria testa da chi trasforma questa materia in opera? E il film, invece di scavare con decisione in questo nodo, preferisce indugiare sul gioco di riflessi, i doppi, le realt\u00e0 alternative.<\/p>\n\n\n\n<p>Cos\u00ec lo spettatore passa 139 minuti a interpretare e reinterpretare i personaggi e la loro (falsa) realt\u00e0, a compiacersi del meccanismo messo in scena e a lasciarsi cullare dalla rappresentazione di una Parigi letteraria e borghese vista con lo sguardo di uno straniero. Il meccanismo \u00e8 sostenuto alla perfezione dalle interpretazioni, dalla scenografia e dalle scelte musicali: Virginie Efira \u00e8 magnetica, Isabelle Huppert irreprensibile, Vincent Cassel e Adam Bessa convincenti, e Pierre Niney abbandona il suo doppio volto da ingenuo e presuntuoso in un colpo solo. Il film \u00e8 confezionato cos\u00ec bene da riuscire persino a farci dimenticare alcune lievi incoerenze della sceneggiatura, per quanto riguarda le motivazioni interne dei personaggi.<\/p>\n\n\n\n<p>Alla fine, il problema di&nbsp;<em>Histoires parall\u00e8les<\/em>&nbsp;\u00e8 solo uno: il film sceglie di tornare, ancora una volta, su un tema usato e abusato per tutto il Novecento, senza riuscire a dargli una nuova urgenza. E nemmeno la pi\u00f9 scintillante delle resurrezioni festivaliere pu\u00f2 a riportarlo alla luce che meriterebbe.<\/p>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Quand le contenant l\u2019emporte sur le contenu Il y a quelque chose de d\u00e9routant quand on sort d\u2019un film comme\u00a0Histoires parall\u00e8les\u00a0d\u2019Asghar Farhadi. 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