Quando il contenitore è più importante del contenuto.

C’è qualcosa di spiazzante quando si esce da un film come Histoires parallèles di Asghar Farhadi. Si tratta di un lungometraggio presentato in concorso al 79º Festival di Cannes, con un trailer accattivante, un cast di primo piano e un’aura di evento che rende quasi impossibile evitarlo nella programmazione del festival. Eppure, dopo due ore di proiezione, si ha la netta impressione di non aver raggiunto il cuore del film.
Annunciato come il libero remake di Dekalog VI di Krzysztof Kieślowski, il film abbonda di riferimenti illustri, da Hitchcock a Orson Welles, fino allo stesso Kieślowski. Ne risulta un oggetto sofisticato, pienamente consapevole della propria cinefilia, che gioca a specchio con una tradizione già di per sé pesante da sostenere.
Per raccontarne la trama senza cadere nello spoiler, diciamo semplicemente che Sylvie (Isabelle Huppert) è una scrittrice in crisi, alle prese con il suo nuovo romanzo, che passa buona parte del tempo a spiare con un cannocchiale i vicini del palazzo di fronte, seguendo alla lettera la lezione hitchcockiana del voyeurismo. I vicini, però, non sono descritti per ciò che sono, ma filtrati dall’immaginazione di Sylvie, che ogni volta li reinventa proiettandovi sua madre, suo padre o se stessa. A complicare ulteriormente il quadro, nella sua vita entra un ragazzo dal passato poco chiaro, che si prende cura di lei e finisce per lasciarsi contagiare dal suo narcisismo creativo, fino a desiderare, a sua volta, di diventare scrittore. I poveri inquilini dall’altro lato della strada si ritrovano così osservati e riscritti da due sguardi diversi – almeno fino a un certo punto del film.
Il tema del rapporto tra realtà e finzione fa parte di quei passaggi obbligati nella filmografia dei cineasti che aspirano a una consacrazione autoriale definitiva. È un tema eterno, certo, ma anche logorato da un secolo di letteratura e di cinema che ne hanno esplorato ogni sfaccettatura, dalle sperimentazioni moderniste ai giochi di specchi postmoderni. Farhadi, dal canto suo, costruisce una complessa macchina di "mise en abime" tra osservato e osservatore, fino a coinvolgere implicitamente, come era prevedibile, il rapporto tra regista e spettatore.
Il meccanismo è indubbiamente ben oliato: la sceneggiatura incastra con abilità i diversi livelli narrativi e i punti di vista, mentre la scenografia controlla con eleganza gli scambi di ruolo tra chi guarda e chi è guardato. Nel complesso, il film riesce a mantenere il gioco in equilibrio.
Il problema, però, è che – come spesso accade quando il dispositivo è così vistoso – allo spettatore non resta che il ricordo del trucco, di questo gioco tra falso e vero, come se fosse quello il vero centro del film, mentre il tema più interessante finisce per sbiadire.
Perché, in fondo, la domanda che attraversa Histoires parallèles sembra piuttosto essere: «L’immaginazione è sufficiente, da sola, a fare di qualcuno uno scrittore?». Che cosa distingue davvero chi “guarda” e inventa nella propria testa da chi trasforma questa materia in opera? E il film, invece di scavare con decisione in questo nodo, preferisce indugiare sul gioco di riflessi, i doppi, le realtà alternative.
Così lo spettatore passa 139 minuti a interpretare e reinterpretare i personaggi e la loro (falsa) realtà, a compiacersi del meccanismo messo in scena e a lasciarsi cullare dalla rappresentazione di una Parigi letteraria e borghese vista con lo sguardo di uno straniero. Il meccanismo è sostenuto alla perfezione dalle interpretazioni, dalla scenografia e dalle scelte musicali: Virginie Efira è magnetica, Isabelle Huppert irreprensibile, Vincent Cassel e Adam Bessa convincenti, e Pierre Niney abbandona il suo doppio volto da ingenuo e presuntuoso in un colpo solo. Il film è confezionato così bene da riuscire persino a farci dimenticare alcune lievi incoerenze della sceneggiatura, per quanto riguarda le motivazioni interne dei personaggi.
Alla fine, il problema di Histoires parallèles è solo uno: il film sceglie di tornare, ancora una volta, su un tema usato e abusato per tutto il Novecento, senza riuscire a dargli una nuova urgenza. E nemmeno la più scintillante delle resurrezioni festivaliere può a riportarlo alla luce che meriterebbe.
Lascia un commento