Il bisogno odierno di una certa Francia

Raccontare la battaglia del generale Charles de Gaulle durante la Seconda guerra mondiale per salvare il suo Paese è l’obiettivo del film diAntonin Baudry.
Un’impresa non facile per diverse ragioni.
La prima è, come si può immaginare, la quantità di nomi, eventi, collegamenti, informazioni e credenze che un evento di tale portata comporta. Una materia che va selezionata e ridotta ancora prima di decidere come mostrarla. Un aiuto prezioso sarà certamente venuto dal romanzo da cui il film è tratto, Una certa idea della Francia, dello storico britannico Julian Jackson.
La seconda è l’impossibilità di restare entro i margini canonici delle due ore (o poco più) previste per un film «normale». Baudry consegna allora una pellicola la cui durata complessiva supera le cinque ore. La prima parte, dal titolo L’âge de fer, è stata presentata al Festival di Cannes 2026; la seconda, J’écris ton nom, è uscita nelle sale francesi il 26 giugno.
La terza è, prevedibilmente, un problema di budget. Costato tra gli 85 e i 100 milioni di euro, a fronte dei 75 previsti, il film affronta diverse traversie di produzione, al punto da vedere minacciata la sua stessa uscita. Già solo la grafica scelta per il manifesto si rivela un richiamo chiarissimo al simbolo della France libre e della Resistenza francese che con essa è nata:


Scenografie spettacolari, una colonna sonora maestosa, un casting notevole, ambientazioni multiple e costumi lasciano facilmente immaginare la portata e la difficoltà della missione.
È tuttavia un uomo solo quello che vediamo apparire nell’incipit di L’âge de fer. Simon Abkarian incarna con maestria e ironia il personaggio più legato agli eventi della Seconda guerra mondiale francese, ma che ai suoi coetanei è noto soprattutto per la sua cocciutaggine e per la sua testa “a forma di banana”.
È, per il momento, l’unico generale che rifiuta la sottomissione della Francia alla Germania occupante. L’unico a tentare un’opposizione — poco importa se perdente — a Pétain. De Gaulle si trova allora a Londra e lancia ai francesi l’appello del 18 giugno, da una BBC raffigurata nel film con una ripresa vertiginosa che ben simboleggia la verticalità dell’atto.
Non è seguito se non da pochissimi militari. Winston Churchill sembra offrirgli un aiuto più nei termini di una simpatia personale che di un solido appoggio politico. Rifiutato dal governo e dai parlamentari, a De Gaulle viene sottratta la nazionalità francese e viene condannato a morte. Eppure, il suo sparuto entourage comprende che proprio quella visione nazionalistica e idealista della Francia è ciò di cui la popolazione ha fame.
Il primo film mette in scena proprio la difficoltà del personaggio: farsi riconoscere, trovare spazio, imporre le proprie idee in un mondo che si sta votando al caos. E questo prima ancora di poter iniziare ciò che un generale dovrebbe fare: combattere.
Regia, attori e sceneggiatura concorrono a metterci a nostro agio davanti a un racconto agiografico di una figura storica che si immagina ben più sfaccettata e complessa, il cui narcisismo viene solo delicatamente evocato.
In questo, il film riesce. La «droiture» (rettitudine) morale del generale non lascia spazi vuoti, né dubbi, né offre alternative allo spettatore, se non quella di sperare che De Gaulle sia messo in condizione di salvare la Francia e di giocare un ruolo nelle sorti della guerra.
Un uso ironico, quasi teatrale, dei dialoghi tra De Gaulle e Churchill porta inoltre una ventata di leggerezza su un tema su cui molti registi esitano a scherzare.
Ironia che il secondo film mette più da parte, concentrandosi sul difficile gioco di potere che decide la guerra forse ancora più delle armi. Un gioco assimilato a una partita a carte, in cui una sola mossa può cambiarne gli esiti. Un Roosevelt opportunista e un Churchill ancora più simpatizzante, ma più ambiguo nei fatti contribuiscono a smontare una visione troppo idealistica delle loro figure.
Non è così, invece, per De Gaulle, per la Resistenza francese o per l’anima del popolo francese. Di quest’ultimo si mostra poco il lato collaborazionista e la deriva fascista, preferendo lasciare tutta la scena alla resistenza, al coraggio, alla difesa strenua e senza compromessi della libertà. Una scelta che contribuisce a costruire un racconto fortemente orientato, quasi mitico, della nazione. Libertà è infatti il nome taciuto ma evocato dalla poesia di Paul Éluard, J’écris ton nom *, che dà il titolo alla seconda pellicola.
Il rapporto di De Gaulle con il generale Leclerc e con il capo della Resistenza Jean Moulin, presenze vive e magistralmente interpretate, è una delle chiavi di riuscita del secondo film.
Alla pellicola, nella sua totalità, sono state rimproverate alcune mancanze: una scarsa rappresentazione delle figure della resistenza, riunite in pochi personaggi; una scarsa rappresentazione anche di Pétain e dei seguaci del governo Vichy; la presenza di donne combattenti al fronte, appena citata; uno spazio troppo scarno dedicato al sacrificio dei coloni. Alcune rappresentazioni di battaglie, come quella di Bir Hakeim, hanno egualmente sollevato qualche perplessità.
Non essendo un’amante dei film di guerra, e non venendo da una cultura francese, ho apprezzato la potenza con cui il film comunica alcuni degli obiettivi che si era prefisso. L’importanza della presenza delle colonie francesi, senza le quali è difficile immaginare come De Gaulle (e la Francia con lui) avrebbe potuto anche solo salvarsi. Il valore che può assumere una vita quando si sceglie consapevolmente di sacrificarla, incarnato dal giovane resistente che assassina l'ammiraglio Darlan pur sapendo di andare incontro alla fucilazione. La complessità inestricabile, la concatenazione quasi profetica di eventi necessaria alla vittoria della guerra, i cui esiti sfuggono al controllo dei singoli.
Non ultima, come già evocato, una certa visione della Francia: idealista, libertaria, non sottomessa, combattente, nazionalista e unita. Persino di fronte a un’Inghilterra che ammette senza remore di preferire sempre gli Stati Uniti alla Francia, se dovesse scegliere, e a un’America già pronta a trasformarsi nella vera dominatrice del mondo e, potenzialmente, nel nemico di domani.
Pur con qualche ragionevole dubbio, la speranza che il film cerca di instillare è che la Francia sia ancora in grado, oggi, di incarnare i valori di libertà, giustizia e indipendenza per i quali si è battuta ed è rinata. Un’idea del Paese ben riassunta nell'immagine della Parigi sotto attacco del 1944, in tutto simile alla città odierna.
La domanda che una pellicola di questa portata sembra quasi voler preparare, e che fa tremare è: nei mesi o negli anni a venire, fino a che punto ne avremo bisogno?
*
Traduzione : https://potlatch.it/poesia/la-poesia-della-settimana/paul-eluard-liberte-liberta/ - Sur mes cahiers d'écolier
Sur mon pupitre et les arbres
Sur le sable sur la neige
J’écris ton nom
Sur toutes les pages lues
Sur toutes les pages blanches
Pierre sang papier ou cendre
J’écris ton nom
Sur les images dorées
Sur les armes des guerriers
Sur la couronne des rois
J’écris ton nom
Sur la jungle et le désert
Sur les nids sur les genêts
Sur l’écho de mon enfance
J’écris ton nom
Sur les merveilles des nuits
Sur le pain blanc des journées
Sur les saisons fiancées
J’écris ton nom
Sur tous mes chiffons d’azur
Sur l’étang soleil moisi
Sur le lac lune vivante
J’écris ton nom
Sur les champs sur l’horizon
Sur les ailes des oiseaux
Et sur le moulin des ombres
J’écris ton nom
Sur chaque bouffée d’aurore
Sur la mer sur les bateaux
Sur la montagne démente
J’écris ton nom
Sur la mousse des nuages
Sur les sueurs de l’orage
Sur la pluie épaisse et fade
J’écris ton nom
Sur les formes scintillantes
Sur les cloches des couleurs
Sur la vérité physique
J’écris ton nom
Sur les sentiers éveillés
Sur les routes déployées
Sur les places qui débordent
J’écris ton nom
Sur la lampe qui s’allume
Sur la lampe qui s’éteint
Sur mes maisons réunies
J’écris ton nom
Sur le fruit coupé en deux
Du miroir et de ma chambre
Sur mon lit coquille vide
J’écris ton nom
Sur mon chien gourmand et tendre
Sur ses oreilles dressées
Sur sa patte maladroite
J’écris ton nom
Sur le tremplin de ma porte
Sur les objets familiers
Sur le flot du feu béni
J’écris ton nom
Sur toute chair accordée
Sur le front de mes amis
Sur chaque main qui se tend
J’écris ton nom
Sur la vitre des surprises
Sur les lèvres attentives
Bien au-dessus du silence
J’écris ton nom
Sur mes refuges détruits
Sur mes phares écroulés
Sur les murs de mon ennui
J’écris ton nom
Sur l’absence sans désir
Sur la solitude nue
Sur les marches de la mort
J’écris ton nom
Sur la santé revenue
Sur le risque disparu
Sur l’espoir sans souvenir
J’écris ton nom
Et par le pouvoir d’un mot
Je recommence ma vie
Je suis né pour te connaître
Pour te nommer
Liberté.
Paul Eluard
Poésie et vérité 1942 (recueil clandestin)
Au rendez-vous allemand (1945, Les Editions de Minuit)
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