Questione di sguardi

Un bambino di nome Ulysse è in ritardo rispetto alle tappe della crescita: non mangia, non cammina, si
muove con difficoltà. Una diagnosi genetica segna l’inizio di un percorso complesso, in cui i genitori
devono confrontarsi non solo con la disabilità, ma con un mondo poco preparato ad accoglierla.
Seguito da specialisti e sostenuto dalla madre, Ulysse progredisce, cresce, entra nel sistema scolastico. Ma
la scuola pubblica francese si rivela inadeguata: classi sovraffollate, insegnanti non formati, strutture
insufficienti. Il privato, a sua volta, offre soluzioni spesso discutibili, quando non apertamente
fallimentari. Il film di Lætitia Masson, ispirato alla sua esperienza personale e interpretato dal figlio
Alphonse, restituisce uno scenario tristemente noto a molte famiglie.
La pellicola convince per la qualità della recitazione e per un uso sensibile della musica, ma soprattutto
per la sua capacità di mettere sotto accusa un sistema sociale incapace di accogliere la differenza e di
godere del suo valore aggiunto. Il problema, come suggerisce la regista stessa, è una questione di sguardo.
Un gran peccato che il film trovi proprio nello sguardo il suo più grande limite.
Il punto di vista scelto non è infatti quello di Ulysse, ma quello di sua madre. Non seguiamo tanto
l’esperienza del ragazzo quanto la lotta della donna: contro le istituzioni, contro l’isolamento, contro un
marito assente. Questa scelta, di per sé non problematica, diventa ambigua quando il film finisce per
aderire completamente al suo sguardo, senza mai metterlo in discussione.
Si avverte con particolare evidenza in alcune scene intime, come quella in cui la madre confida alla
sorella il suo desiderio di avere un figlio “skateboarder”. Un momento apparentemente marginale, ma
rivelatore. Il desiderio materno emerge nella sua forma più nuda, svincolato dalla realtà del figlio. Non sappiamo se Ulysse avrebbe mai condiviso quell’aspirazione — né, del resto, se un figlio normodotato l’avrebbe fatto. Ciò che conta è che il film non problematizza mai questo scarto.
La madre critica un sistema incapace di accettare la diversità, ma a sua volta fatica ad accettare i limiti del figlio.
Questo conflitto avrebbe potuto costituire il cuore drammatico del racconto. Invece, il film lo elude,
e negli ultimi minuti vira verso una forma di compensazione narrativa: il
desiderio materno trova
realizzazione, la lotta viene premiata.
Il risultato è uno slittamento significativo: ciò che si compie non è il percorso di Ulysse, ma quello della madre. Non è mai del tutto chiaro se i suoi desideri le appartengano davvero, o se siano il riflesso delle sue proiezioni materne. Anche la traiettoria finale di Ulysse rischia di essere una risposta a un’aspettativa, più che un’espressione autonoma.
Una dinamica ben riconoscibile da chi lavora nel mondo della scuola: il desiderio genitoriale che si
sovrappone a quello del figlio, talvolta senza accorgersene.
Nonostante questa ambiguità, il film avrà probabilmente successo. Purtroppo, la ragione non è la disabilità, né l’interpretazione intensa e innocente del giovane interprete, quanto la forte possibilità di identificazione offerta allo spettatore adulto. I genitori che soffrono delle stesse frustrazioni della madre di Ulysse rischiano un’adesione completa alla sua figura e ai suoi difetti. Un
danno che la buona fattura del
film rischia solo di corroborare.
Invece di interrogare la natura di questo desiderio — se sia proiezione, compensazione o semplice
frustrazione — la messa in scena continua ad aderirvi, senza mai aprire uno spazio percettivo o narrativo che appartenga davvero a Ulysse.
Ulysse resta così, ancora una volta, oggetto di uno sguardo che lo precede e lo definisce, più che soggetto di un proprio percorso.
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